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Personale · 2024 · Italia

Allenare una squadra di calcio in Italia: una scuola di leadership.

Spogliatoio, campo, terzo tempo. C'è un'Italia che si tiene insieme la domenica pomeriggio, e che insegna sulla leadership molto più di tanti corsi executive. È la mia personale palestra di relazioni — e una rete di persone che vale oro.

Marco Cioffi con un dirigente del calcio italiano davanti alla bandiera della FIGC — Lega Nazionale Dilettanti Campania, in un evento sul mare.
Evento FIGC — Lega Nazionale Dilettanti Campania.

In Italia il calcio non è uno sport: è un'infrastruttura sociale. Lo capisci la prima volta che entri da allenatore in uno spogliatoio dilettantistico — diciotto persone diverse per età, lavoro, provenienza, carattere — e ti rendi conto che il tuo compito non è far girare uno schema, ma tenere insieme un gruppo. Lo schema viene dopo, e funziona soltanto se prima hai costruito fiducia. Esattamente come in azienda, ma con molta meno cortesia formale e molta più verità.

Allenare una squadra italiana significa imparare a parlare tre lingue contemporaneamente: quella tecnica del campo, quella umana del singolo giocatore, e quella istituzionale della federazione. Le riunioni in FIGC, i rapporti con la Lega Nazionale Dilettanti, i dirigenti di società piccole che reggono economie locali a colpi di passione e sponsorizzazioni: è un mondo che la maggior parte delle persone non vede mai, e che fa muovere l'Italia molto più silenziosamente di quanto si creda.

«In Italia il vero campionato non si gioca in campo. Si gioca prima, fuori, tra persone che hanno deciso di fidarsi una dell'altra.»

Le connessioni umane che si costruiscono in questo ambiente sono, di gran lunga, le più solide della mia vita professionale. Imprenditori che gestiscono fabbriche da cento dipendenti e che la domenica fanno il magazziniere del materiale; medici sportivi disponibili a qualsiasi ora; ex calciatori diventati allenatori, formatori, dirigenti. È una rete trasversale che attraversa categorie sociali e generazioni, tenuta insieme da un linguaggio comune fatto di gesti, codici, rispetto. Quando alzo il telefono per un consiglio o per un'introduzione, è spesso a qualcuno che ho conosciuto a bordo campo.

E poi c'è la lezione di leadership pura. In azienda hai tempo, hai strumenti di mitigazione, hai layer di comunicazione. In una partita hai novanta minuti, undici decisioni al minuto, e un gruppo che ti guarda. Devi essere chiaro, devi essere giusto, devi sbagliare in pubblico e saperlo riconoscere subito. Ho imparato lì molte delle cose che oggi applico costruendo Neuram: decidere con i dati che hai, dire la verità al gruppo, proteggere il singolo nei momenti duri, e non mollare mai il senso della direzione.

Per questo, accanto alla vita con Cesare o alle passeggiate sui giardini dell'Isola Bella, il calcio resta una delle mie scuole italiane preferite. Non c'è LinkedIn che possa replicare un terzo tempo dopo una vittoria al novantesimo, o una sconfitta presa insieme. È in quei momenti che si capisce davvero chi sei — e chi hai accanto.